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giovedì 31 luglio 2025

Il calendario di agosto 2025

Siamo tutti figli del caso

Vi sono momenti nella storia dell'umanità in cui tutte le conoscenze precedenti vengono sconvolte e sostituite da nuove linee di pensiero.

 

Uno di questi fertili periodi si colloca a cavallo tra la fine dell'800 e il primo '900: Einstein enuncia la teoria della relatività, Bohr e un piccolo gruppo di fisici pongono le basi della meccanica quantistica, Pasteur e Koch individuano il ruolo dei batteri nelle patologie, Marx ed Engels scrivono il Capitale, Freud fonda la psicanalisi, Kandinsky e Mondrian dipingono i primi quadri autenticamente astratti.

 

Ognuna di queste nuove idee affossa le credenze precedenti, o almeno ne mostra le limitazioni, e le supera.

 

In biologia la novità rivoluzionaria è contenuta in un libro, L'origine delle specie, che Charles Darwin pubblica nel 1859 e che segna il colpo mortale contro l'idea che le specie viventi sul Pianeta siano state stabilite e fissate una volta per tutte.

 

Queste nuove chiavi di lettura della realtà sono dapprima comprese e discusse solo dagli specialisti, poi migrano nella conoscenza quotidiana di tutti noi, dove spesso si diluiscono, si deformano, vengono ridotte a slogan o a poche parole chiave. Della relatività l'"uomo della strada" dice che "il tempo è la quarta dimensione", il pensiero di Marx è ridotto alla lotta di classe, quello di Freud all'interpretazione dei sogni, virus e batteri sono organismi microscopici più o meno simili ma sempre dannosi eccetto negli yogurt, i quadri astratti sono "cose che non capisco, questa non è arte", la meccanica quantistica è quasi totalmente ignorata. I media della carta, della tv e del web sono sempre approssimativi e superficiali, spesso erronei, l'insegnamento scolastico - quando c'è - è rapidamente dimenticato.

 

Una trascuratezza analoga, e perfino peggiore, è toccata all'evoluzionismo di Darwin, che viene spesso liquidato con il concetto che "l'uomo discende dalla scimmia", che si ritiene vagamente imparentato con una cosa che si chiama DNA, di cui si sa che si scrive in maiuscolo e che è un'elica (una forma molto coinvolgente per qualsiasi pubblico). Ma anche chi comprende che l'evoluzionismo ha a che fare con la progressiva modifica delle specie viventi, spesso lo intende in termini rigorosamente esperibili, ovvero pensa che sia l'ambiente a determinare le trasformazioni della morfologia degli animali.

 

Le indagini Eurobarometro del 2000 e 2010 riportano che circa il 70%-75% della popolazione italiana dichiara di credere nell'evoluzione, ma solo il 10%-20% mostra una corretta conoscenza dei suoi meccanismi. Anche in un pubblico colto e interessato quale quello intervenuto alla manifestazione Darwin Day di Roma del 2013, emergono difficoltà nella comprensione dei reali meccanismo evolutivi.

 

Ha un peso anche un elemento ideologico: è chiaro che l'affermazione che gli organismi viventi sono soggetti a cambiamento è incompatibile col dettame biblico, e in effetti la Chiesa accolse con diffidenza (ma senza condannarla) l'opera di Darwin*. Tuttavia già nel 1950 Papa Pio XII nell'enciclica Humani Generis ammette che l'evoluzione può essere compatibile con la fede, purché non coinvolga l'anima, che resta creata direttamente da Dio. Un'opinione rafforzata da Giovanni Paolo II, che nel 1996 scrive "La teoria dell’evoluzione è più che un’ipotesi. Essa è sostenuta da convergenze che non si possono ignorare" e successivamente da Benedetto XVII e Papa Francesco, al solito purché sia una dottrina limitata al corpo e non parli dell'anima**.

 

In Italia un ostacolo alla diffusione della cultura dell'evoluzionismo è stato generato dalla scuola: nel 1998 l'allora ministro della Pubblica Istruzione, certo Luigi Berlinguer, peraltro progressista, emanò un decreto che ometteva l'insegnamento dell'evoluzione dal programma per le scuole medie, attirandosi gli strali del mondo scientifico. Si trattò di un piccolo impedimento, prontamente rientrato, ma evidenzia che ancora all'inizio del nuovo millennio la teoria di Darwin non era stata completamente assimilata neanche dagli uomini di cultura.

 

Tuttavia l'ostacolo più tenace contro la penetrazione nel pubblico di una migliore conoscenza della teoria evoluzionistica è psicologico.

 

Per spiegare questo aspetto dobbiamo rispondere a una domanda: che cosa veramente afferma Darwin?

 

Darwin dice una cosa molto semplice, basata solo sull'osservazione, che possiamo riassumere così:

 

1 - anche se assomigliamo ai propri genitori, tutti gli individui di una cucciolata sono diversi l’uno dall’altro (diversità che Darwin chiama variazioni);

 

2 - alcuni individui possiedono caratteristiche che - nell’ambiente in cui vivono - li rendono più adatti a sopravvivere e riprodursi. Ovvero: alcune variazioni costituiscono, per i cuccioli che le possiedono, un vantaggio che migliora la loro performance nell'ambiente in cui vivono;

 

3 - se l’ambiente in cui i piccoli si trovano a crescere ha risorse limitate (ad esempio non c’è cibo per tutti) i cuccioli con tali caratteristiche predominano sugli altri, che nella lotta per la sopravvivenza soccombono, e quindi si riproducono con maggiore frequenza. Ad esempio in una cucciolata di scoiattoli quelli più veloci riusciranno a sfuggire più spesso ai predatori;

 

4 - col tempo le variazioni che costituiscono un vantaggio tendono ad accumularsi rendendo sempre più diffusa quella determinata caratteristica entro la popolazione: sempre più scoiattoli saranno abbastanza veloci da sfuggire ai predatori.

 

Fin qui Darwin non parla esplicitamente di evoluzione, ma di selezione naturale conseguente alla lotta per la sopravvivenza, una nozione già enunciata dall'economista Thomas Robert Malthus***. Niente di misterioso: si tratta peraltro di un processo che qualunque allevatore di maiali o di gatti potrebbe verificare di persona.

 

Se osserviamo le specie viventi - aggiunge Darwin sulla base di una logica stringente e di osservazioni di animali simili - esse ci appaiono stabili nelle loro caratteristiche, perfettamente adattate all’ambiente in cui vivono. Quindi, per essere arrivate a questo equilibrio, devono aver subito un numero progressivo di variazioni a partire da un progenitore comune: ecco nascere la teoria dell'evoluzione.

 

(Dovrebbe essere chiaro. a questo punto, che Darwin non afferma che l'uomo discende dalla scimmia, ma semplicemente che l'uomo e la scimmia sono due animali che hanno un progenitore in comune.)

 

Quindi il discorso di Darwin è imperniato su due elementi: il caso, che attribuisce a qualche cucciolo qualità particolari, e la necessità di sopravvivere e riprodursi che spingerà questo cucciolo (fortunato!) a metterle in opera****.

 

Ora la lotta per la sopravvivenza è quotidianamente sotto gli occhi di tutti noi, e nessuno ne viene turbato. Ma accettare il ruolo del caso nelle nostre vicende personali, a partire dalla nascita, ci risulta difficile, soprattutto in una società che privilegia i diritti rispetto ai doveri, incluso quello di scegliersi il sesso, ed enfatizza l'egoismo e la volontà di dominio anche quando assumono tratti perversi. Una simile società respinge i dettami biologici e odia la casualità, che limita il potere individuale, sottomettendo ciascuno a una decisione non sua.

 

Quindi l'"uomo della strada", anche quando è non privo di istruzione, preferisce istintivamente identificare l'evoluzionismo come puro scenario ambientale, una sorta di competizione sportiva dove le giraffe avranno il collo sempre più lungo perché si sforzano sempre di più di raggiungere le foglie più alte degli alberi. Il caso scompare dall'orizzonte e l'uomo della strada non è più inquieto.

 

Non sanno, quelli che la pensano così, di essere gli ultimi fedeli alla teoria di un altro celebre illuminista, morto quando Darwin era ventenne. Si tratta di Jaen-Baptiste Lamarck (1744-1829) che ha sviluppato una teoria evoluzionistica in cui conta solo la pressione ambientale, priva di qualunque elemento di casualità,. E' proprio Lamarck che porta l'esempio della giraffa: in origine la giraffa è un quadrupede col collo corto che vive in zone con poche risorse sul terreno; se vuole nutrirsi è costretta a tendere il collo per raggiungere le foglie più alte degli alberi; questo sforzo continuo allunga il collo della giraffa durante tutta la sua vita; il collo così allungato viene trasmesso ai discendenti, prova ne sia che le giraffe non si sono estinte.

 

La storia vera che ci racconta Darwin parlerebbe invece di un'antilope, Canthumeryx sirtensis, che viveva 20 milioni di anni fa nel Nord Africa: c'era ricchezza d'acqua, foreste umide e boschi sempreverdi, il Canthumeryx scorazzava felice a pancia piena. Ma ecco che verso la fine del Miocene il clima diventa più secco, le foreste lasciano il posto alle savane, fatte di cespugli e pochi alberi isolati, i piccoli Canthumeryx incontrano difficoltà, non tutti riescono a raggiungere le chiome alte dei pochi alberi risparmiati dal clima, soffrono e muoiono di fame, quelli che riescono a mangiare sono i cuccioli che hanno il collo appena un po' più lungo degli altri, e sono anche quelli che riescono ad arrivare all'età riproduttiva. Quindi il collo lungo si afferma e diventerà sempre più lungo fino a quello della giraffa attuale.

 

Ovviamente Darwin aveva identificato perfettamente il propulsore dell'evoluzione delle specie, le variazioni, ma non era assolutamente in grado stabilire quale fosse la sorgente di tali variazioni, che considerò come un tratto spontaneo della Natura.

 

Oggi noi sappiamo la sorgente delle variazioni è soprattutto l'errore. Per essere precisi: degli errori che fatalmente (ecco il caso all'opera!) avvengono durante la replicazione delle istruzioni contenute nel DNA.

 

Quindi, bisogna ammetterlo, ognuno di noi è la conseguenza di un numero enorme di errori che si sono sommati durante milioni di anni.

 

nell'immagine: Ernst Haeckel, Albero della vita, 1879

 

_______________________

 

* Darwin proveniva da una famiglia anglicana, era stato battezzato e studiò teologia a Cambridge, pensando perfino di diventare pastore di anime. E' stata l'ipocrita cultura chiesastica dell'epoca che ha voluto attribuirgli ateismo e materialismo. Basta leggere l’ultima riga della prima edizione de L’origine delle specie, dove scrive: "Vi è qualcosa di grandioso in questa concezione della vita […] che è stata originariamente soffiata da un Creatore in poche forme o in una sola" per capire con che forza rifiutò l'ateismo (benché vi sia chi sostiene che questa frase fu inserita solo per tranquillizzare la moglie Emma, fedele cristiana). Altrove Darwin si professa agnostico: "Ritengo generalmente (e sempre di più invecchiando), ma non sempre, che agnostico corrisponderebbe alla definizione più corretta della mia condizione intellettuale" (1879)

 

** l'accettazione della teoria di Darwin da parte della Chiesa cancella completamente non solo il fissismo, ovvero la credenza che l'uomo e le altre specie viventi siano da sempre uguali a sé stesse, ma anche il creazionismo, che attribuisce alla Genesi un valore letterale. Tuttavia permane nel mondo una larga fascia di popolazione che sostiene che Dio ha creato l'uomo attuale direttamente, senza alcuna evoluzione successiva. Si tratta di un pensiero chiaramente antiscientifico, radicato soprattutto nei gruppi protestanti evangelici, condiviso dal 35%-40% della popolazione statunitense (in Texas e in altri stati del sud sono state fatte molte pressioni a livello politico per adottare l'insegnamento del creazionismo nelle scuole in luogo della teoria dell'evoluzione), dal 50% della popolazione di paesi musulmani conservatori e in vaste aree dell'Africa, mentre paradossalmente il creazionismo è quasi totalmente ignorato dall'Ebraismo; si stima che in Italia la popolazione che condivide il creazionismo non superi il 10%. Tuttavia esistono e sono diffuse opinioni creazioniste "moderate", come quella di chi sostiene che l'evoluzione abbia semplicemente completato l'opera divina, o perfino laiche, come il cosiddetto Intelligent Design, comune a diversi ricercatori scientifici e a teologi che - stupiti dalla complessità di alcune strutture biologiche - sostengono che una simile perfezione non possa essere stata generata dal solo cambiamento progressivo

 

*** Darwin sviluppò la sua teoria dell'evoluzione nella completa ignoranza del codice genetico (la cui struttura sarebbe stata scoperta nel 1961, quindi un secolo dopo il suo libro) e anche senza conoscere la teoria dell'ereditarietà che il sacerdote agostiniano Gregor Mendel pubblicherà nel 1866. L'unico contributo teorico su cui poté contare fu il Saggio sul principio di popolazione, 1798, in cui il demografo e sociologo Thomas Robert Malthus, basandosi sull'osservazione che in ogni sistema sociale la popolazione cresce più velocemente delle risorse disponibili, proponeva il concetto di lotta per la sopravvivenzaLe idee di Malthus furono riprese in una chiave ferocemente reazionaria (che perdura ancora oggi) dal Nazismo e dal celebre saggio Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma, 1972.

L'idea della lotta per la sopravvivenza è al centro di un celebre pamphlet satirico scritto nel 1729, che forse Malthus aveva letto. Si tratta del volumetto intitolato Una modesta proposta per evitare che i figli degli irlandesi indigenti siano di peso ai genitori o al Paese, facendone un beneficio per tutti, in cui il reverendo irlandese Jonathan Swift propone di risolvere il problema della diffusa povertà degli irlandesi utilizzando i bambini poveri come cibo per i ricchi (e fornisce anche alcune ricette).

 

**** in realtà Darwin si mostra molto prudente. Per indicare le differenze innate tra gli individui, non usa il termine "caso" ma parla sempre e solo di variazioni accidentali o di variazioni senza scopo perché si rende conto che il concetto di cieca casualità si porrebbe in eccessiva opposizione a quella perfezione della natura che aveva caratterizzato il pensiero biologico pre-illuminista ed era ancora diffuso tra il suoi contemporanei. Passa un centinaio di anni e il biologo Jacques Monod, premio Nobel per la medicina, non si mostra altrettanto prudente, scrivendo “Il caso è alla base di ogni novità, di ogni creazione nella biosfera. Il puro caso, solo il caso, la libertà assoluta, ma cieca, è alla radice del meraviglioso edificio dell’evoluzione.” Siamo nel 1965, la citazione è tratta dal celebre saggio dal titolo Il Caso e la Necessità, che vide la luce in quell'anno

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