Vi sono cose, oggetti, materie, risorse, beni che sono essenziali per la nostra vita, ma dei quali ci accorgiamo solo quando vengono a mancare. L'acqua è uno di questi.
Non c'è bisogno che ce lo raccontino gli scienziati: tutti noi lo sappiamo, per lo meno lo intuiamo: senza acqua la vita non potrebbe mantenersi ed evolvere[1]. E' un'intuizione antica, comune a tutte le culture, tant'è che molti pensatori hanno posto l'acqua tra gli elementi naturali primigeni[2].
Nei miti più antichi dell'Egitto e della Mesopotamia l'acqua è strettamente connessa con la creazione e col sorgere dell'ordine dal caos. Sono civiltà che si svilupparono su grandi fiumi: il Nilo, il Tigri e l'Eufrate; anche nel siubcontinente indiano (Gange, Indo) e in Cina (Fiume Giallo, Fiume Azzurro) i corsi d'acqua sono propulsori di ordine, saggezza, giustizia, ricchezza.
I miti dei paesi affacciati sul mare privilegiano le acque aperte (e le loro insidie) rispetto ai corsi d'acqua, che in Grecia e in Italia sono insignificanti: Poseidone e il suo alter ego romano Nettuno sono numi del mare ma anche delle tempeste, della vita e della morte. Analoghi sono i miti del nord Europa.
Insomma: che siano fiumi o mari, la massima parte delle religioni antiche ha partorito dei acquatici. I filosofi non sono stati di meno: se i sacerdoti inventano figure divine, i filosofi inventano princìpi fondamentali, e l'acqua è uno di essi. Comincia Talete di Mileto (600 a.C.), seguono Empedocle (450 a.C.), Platone e Aristotele che aggiungono all'acqua altri elementi primigeni (terra, aria e fuoco). E, venendo ai nostri giorni, come potrebbe la psicanalisi, altra disciplina totalizzante, lasciarsi scappare l'occasione di dire la sua su una cosa grande come l'acqua? Freud la combina con la sua sfrenata passione per la libido, Jung - più incline al mythos - pensa più in grande e riconosce all'acqua la funzione di archetipo femminile e di simbolo dell'inconscio collettivo.
La Bibbia esaurisce rapidamente la mitologia dell'acqua nella Genesi (prima con la creazione dei mari e poi col diluvio universale, peraltro scopiazzato dall'Epopea di Gilgamesh, scritta un millennio prima del testo ebraico) e soprattutto non inventa divinità acquatiche, come è lecito aspettarsi da un pensiero monoteista. Il Cristianesimo eredita dall'Ebraismo una certa noncuranza verso l'acqua ma la integra col culto dell'acqua corrente e delle fonti di origine romana ed etrusca.
Se la Chiesa respinge l'idea di un qualche dio acquatico, ha comunque dovuto accettare l'esistenza almeno di un santo delle acque.
E' verso il 1300 che si origina la vicenda - tuttora nascosta nell'ombra della leggenda - di Sant'Acqua, un santo poco conosciuto che la narrazione vorrebbe uomo ma che le pochissime immagini arrivate fino a noi rappresentano volentieri in veste di fanciulla.
Si tratta di una vicenda interessante perché al suo svolgersi contribuiscono aspetti di ortodossia cristiana, di leggi feudali e di istanze sociali assimilabili a quelle odierne. Interessante anche perché i documenti sono rari e l'iconografia quasi inesistente. Sono testimonianze disperse e distanziate di decine di anni l'una dall'altra, che sembrano apparire casualmente ora in una cronaca medioevale ora in un editto o in un atto processuale, talvolta incise su una lapide. La ricostruzione della vicenda di Sant'Acqua, più che attività dello storico, è lavoro da detective.
Una cosa è certa, il culto delle fonti, che condurrà alla figura di Sant'Acqua, affonda le sue radici nell'Italia centrale, probabilmente in quella stessa regione, l'Umbria, dove la predicazione di San Francesco restituiva all'umanità l'amore per la natura.
Una prima traccia del culto popolare dell'acqua corrente si può rinvenire in un frammento del 1034 dell'archivio episcopale di Spoleto in cui si legge che "i contadini e le donne si incontrano presso le fonti, toccano l'acqua e fanno voti, come se nell'acqua risiedesse la virtù di risanare" (mulieres et rustici ad fontes conveniunt, aquam tangunt et vota faciunt, quasi ibi sit virtus sanitatis). Una forma di religiosità chiaramente pagana ma certamente diffusa nel territorio, se il predicatore itinerante Petrus de Fonteclara, in un sermone del 1148, è costretto ad ammonire i fedeli che "l'acqua è un dono divino, è Dio che risana attraverso l'acqua e non l'acqua stessa" (non est aqua divinitas, sed donum Dei; et per ea Deus sanat, non ipsa).
Tuttavia la norma ecclesiastica non sembra in grado di resistere alla superstizione popolare, che vuole vedere nell'acqua, se non una divinità, almeno la testimonianza vivente della divinità. Risale al 1219 il primo documento che associa a una fonte il termine santa: "i contadini dicono che l'acqua di quella fonte è santa e molti la visitano come fosse protettrice" (Dicunt rustici de illa acqua sancta est, et multi veniunt ad eam quasi at patronam).
Lo sviluppo della Via Francigena, un articolato insieme di percorsi, strade e sentieri, che collegavano Roma col nord Europa[3] attraverso l'Italia centrale contribuì alla diffusione dell'immagine di santità dell'acqua e alla creazione di toponimi che di tale santità conservassero testimonianza[4]. Nel diario di un pellegrino della fine del '200 si cita una località ove esisteva una fons vulgariter dictus Sancta Aqua ubi viatores bibunt gratis. A quell'epoca risalgono anche numerose iscrizioni nei pressi delle sorgenti e delle fontane che attestano l'esistenza di Aqua quae dat vitam. Il fallimento degli ecclesiastici di riportare l'acqua entro il dominio dell'unica divinità celeste era manifestamente fallito.
L'intenso traffico lungo la Via Francigena e sui percorsi di connessione col Camino de Santiago, diretto dalla Francia meridionale verso il santuario spagnolo di Santiago di Compostella ebbe l'effetto di diffondere ed esportare il culto della santità intrinseca dell'acqua anche nel sud della Francia, creando non poche preoccupazioni alle autorità ecclesiastiche, tanto più che in Provenza non era ancora stata del tutto sconfitta l'eresia catara, a cui il culto dell'acqua avrebbe potuto aggiungersi come ulteriore momento di rottura con la predicazione ufficiale.
Per questo motivo quando ad Arles un monaco laico decise di dare origine a un ordine monastico che celebrasse Sant'Acqua - un santo fino allora inesistente - la Chiesa non esitò a concedere l'autorizzazione, purché il culto del santo fosse ricondotto entro l'ortodossia cristiana: Permittimus, dummodo Cultus Aquae ad catechismus reducatur. E' questo l'unico atto che ricorda la fondazione dell'Ordo Aquae Vivae, fondato nel 1289 da Liminius de Arle[5]. Di quest'ordine non sia hanno altre evidenze storiche, se non il motto che i monaci si diedero: in provenzale Ço que corre, ges no’s ten ni’s possedís, ovvero "Tutto ciò che scorre non può essere trattenuto né posseduto da alcuno". La scarsità di notizie successive è dovuta alla vocazione itinerante dei monaci che si assunsero il compito della sorveglianza della qualità delle fonti e soprattutto della denuncia dei proprietari che impedivano ai contadini di accedere all'acqua, una missione quanto mai moderna.
Mentre non si trovano in Francia testimonianze dell'attività dell'Ordo Aquae Vivae è possibile leggere nel registro notarile della città di Todi, in Umbria, un documento firmato da Johannes de Todi, Consul Civitatis, e da altri notabili che condanna un certo Ludovicus de Castellis, signore feudale, perché clausit aquam fontis vulgariter dicti Sancta Aqua, plebem impedivit ab usu aquae ad necessitates domus et agriculturae ("chiuse l'accesso alla fonte nota come Acqua Santa e impedì al popolo il suo uso per le necessità della casa e dell'agricoltura"). La controversia legale risale al 1426 ed è l'ultimo riferimento a Sant'Acqua, il che ci porta a concludere che a quell'epoca l'ordine era ancora esistente e il culto di Sant'Acqua aveva percorso al contrario la strada che dall'Umbria l'aveva portato in Francia.
Dopo tale data non si hanno (almeno per il momento) ulteriori notizie, benché sia presumibile che il Concilio Tridentino del 1563 abbia decretato la damnatio memoriae[6] del culto, che si manteneva al confine col paganesimo, e abolito l'ordine. Ciò potrebbe spiegare la mancanza (fino a un ritrovamento contemporaneo) di chiese e cappelle intitolate a Sant'Acqua.
La carenza di informazioni storiche circa Sant'Acqua e il relativo ordine monastico rendono tutta la vicenda quanto mai controversa. Il recente rinvenimento in Camargue di una cappella con tracce di un affresco che potrebbe rappresentare la figura (maschile) di Sant'Acqua o quella del fondatore dell'Ordine, il monaco Liminius de Arle, hanno riportato all'attenzione degli studiosi la vicenda, come testimonia un recente studio critico presentato al convegno Saints in the Shadows: Hagiography, Oblivion, and the Rediscovery of Lost Sanctity ("Santi nell'ombra: agiografia, oblio e riscoperta della santità perduta" - non reperibile in Internet, esposto in una pagina del calendario).
Questo è tutto, con la speranza che a Sant'Acqua, protettore cristiano delle acque del Pianeta, venga riconosciuto il ruolo e la notorietà che la Storia gli ha ingiustamente sottratto[7].
Nell'immagine: miniatura XV secolo di contenuto incerto. Potrebbe rappresentare San Francesco, che raramente viene ritratto in presenza di acqua, oppure essere una delle poche testimonianze iconografiche di Sant'Acqua
[1] gli astrobiologi hanno ipotizzato altri liquidi dotati di potere solvente che - da qualche parte del cosmo - potrebbero prendere il ruolo dell'acqua per sostenere la complessa chimica delle funzioni vitali. Tra questi i candidati in buona posizione sono l'ammoniaca liquida, il metano liquido e l'acido solforico
[2] i filosofi dell'antichità non potevano sapere che la massima parte dell'acqua attualmente presente sul nostro Pianeta non è di origine terrestre, ma proviene dallo spazio (circa il 60% portata da asteroidi, circa il 15% arrivata con le comete). Tutto il cosmo gronda letteralmente di acqua, soprattutto in forma di ghiaccio: se ne trova nelle nubi di polvere che separano le stelle, sulla superficie e nell'atmosfera di pianeti e satelliti, oltre che nei corpi vaganti. Il fatto è che i legami chimici che tengono insieme gli atomi di idrogeno e ossigeno nella molecola dell'acqua sono estremamente forti e quindi, una volta che le molecola di acqua si è costituita, romperla richiede enorme energia (è il motivo per cui tutti i tentativi di sviluppare un motore alimentato ad acqua sono miseramente falliti)
[3] la Via Francigena non è una strada come la concepiamo in epoca contemporanea, ma una serie di percorsi paralleli (soprattutto tracciati di origine romana, residui delle vie consolari, e longobarda) e di deviazioni su cui si muovono giornalmente mercanti, predicatori, pellegrini, guitti e - quando serve - anche drappelli militari, a piedi, a cavallo, con i carri. Convenzionalmente la sua fondazione si fa risalire all'anno 990 quando Sigerico, arcivescovo di Canterbury, tornò in patria da Roma, ove si era recato per avere la conferma dell'investitura da parte del papa Giovanni XV. Sigerico tenne un diario di viaggio (attualmente conservato al British Museum) in cui descrisse con estrema precisione le 79 tappe giornaliere del suo cammino, complessivamente lungo 1600 chilometri
[4] la dizione Acquasanta si incontra in tutte le regioni centrali ma anche in Emilia e in Lombardia. Sono attestate anche Acquaviva in Umbria, Acquabona in Toscana e varie forme analoghe. In Provenza e in Linguadoca sono numerosi i luoghi denominati Aigues-Santes, Aigues-Saintes, Aiga Santa, Aigas Santas e simili
[5] Arle è il nome con cui veniva indicata la città di Arles in lingua occitana (in latino: Arelate). Il fatto che il fondatore dell'ordine di Sant'Acqua fosse di Arles è tutt'altro che casuale se si pensa che la città è posta sul Rodano, uno dei maggiori fiumi europei, il cui delta - poco più a sud del nucleo storico - è la terra della Camargue, la zona umida più celebre della Francia, costituita in parte da acque dolci
[6] si tratta di una pratica consistente nell'eliminazione di tutti i riferimenti storici a un individuo, un luogo o un evento il cui ricordo è ritenuto pericoloso per l'ideologia dominante. E' praticata da sempre: in Egitto furono abbattute tutte le statue del faraone Akhenaton, reo di aver abolito il culto degli dei tradizionali; nella Roma antica prevedeva anche l'abolitio nominis (ovvero la cancellazione del nome dalla storia della famiglia); a Venezia colpì il doge Marin Faliero, accusato di tradimento; la Chiesa si sbarazzò di papa Formoso (assassinato, esumato e sottoposto a interrogatorio da morto, condannato e successivamente riabilitato). Gli esempi sono numerosissimi. Gli episodi di cancel colture ai quali abbiamo assistito negli ultimi anni negli USA dimostrano che la pratica della damnatio memoriae è ancora largamente diffusa
[7] anche nelle attuali cerimonie della Giornata dell'Acqua, 22 marzo 2026, il nome di Sant'Acqua è stato totalmente ignorato