Il calendario di maggio 2026
Un nuovo fattore della strategia di deterrenza
Mari e oceani hanno donato all'uomo molte ricchezze, e altrettante ragioni di litigio per spartirsele.
La maggior risorsa offerta all'essere umano da mari e oceani è la possibilità di muoversi sulla loro superficie per pescare, commerciare, spostare eserciti, esplorare: perciò il controllo sul mare è da sempre considerato una risorsa strategica decisiva[1]. Il blocco dello stretto di Hormuz, così come la pretesa degli Stati Uniti di esercitare la propria influenza sul canale di Panama sono solo gli ultimi episodi delle infinite contese per il predominio sui punti critici marini[2].
Dobbiamo convenire che l'acqua che riempie mari e oceani del Pianeta non ha mai avuto un reale valore economico in sé, eccetto per il fatto di contenere il sale[3].
Tuttavia quasi d'improvviso e in modo quanto mai rapido, tra il 1950 e il 1960 l'acqua marina ha acquistato improvvisamente un valore intrinseco. Come tale è diventata un elemento critico che è entrato a far parte della strategia bellica. E' proprio in quegli anni che è maturata la tecnologia della desalinizzazione, cioè il processo di produzione di acqua potabile dall'acqua marina.
L'acqua salata è molta, l'acqua dolce - la sostanza assolutamente indispensabile alla sopravvivenza[4] - è poca, anzi pochissima. Se tutta l'acqua del nostro piccolo mondo fosse contenuta in una botte di 100 litri, 97 litri sarebbero costituiti da acqua salata, 3 litri di acqua dolce e 0,03 litri di acqua dolce accessibile, quella presente nei laghi, nei fiumi e nelle paludi non salmastre. La restante acqua dolce si trova congelata ai poli o a tale profondità da renderla inaccessibile.
Inoltre, benché la quantità d'acqua sul Pianeta sia costante nel tempo[5] non tutte le aree terrestri ne sono altrettanto ricche: l'evaporazione e le piogge che riportano l'acqua sulle terra agiscono in modo differente nelle varie parti del globo.
Qualche numero consente di rendersi conto di queste differenze.
Dall'integrazione di varie fonti istituzionali (tra cui UNICEF e OMS), prendendo in esame solo l'acqua dolce prelevabile da risorse accessibili scorrenti o superficiali, risulta che la disponibilità di acqua per il consumo domestico reale (alimentazione, cottura, uso sanitario, irrigazione privata) si aggira, per ogni cittadino italiano, su 214 litri al giorno[6], un valore che nei Paesi dell'UE è superato solo dall'Irlanda (in Spagna siamo sui 190 litri, in Francia 150, in Germania 130, in Romania e Bulgaria - i dati peggiori - circa 90 litri al giorno per persona). Ovviamente c'è di meglio: Paesi con grandi fiumi e laghi mettono a disposizione dei loro concittadini molta più acqua: ogni cittadino USA consuma da 350 a 500 litri al giorno, ogni cittadino canadese 300 litri al giorno, ogni svizzero 270 litri, e così via.
Fin qui tutto bene, visto che l'OMS valuta in circa 75 litri al giorno per persona la quantità d'acqua che consente una qualità di vita dignitosa (alimentazione + sanità).
Le cose cambiano quando lasciamo l'occidente per avvicinarci alla fascia equatoriale. Parlando sempre di acqua accessibile, ogni cittadino sudafricano può averne 70 litri al giorno, ogni indiano meno di 50 litri, un suddito saudita 40 litri, un keniota 30 litri, un etiope meno di 20, un somalo meno di 15, un cittadino del Kuwait poco più di 5 litri. Tenendo conto che l'OMS valuta in 20 litri la soglia minima di sopravvivenza si conclude che in molte aree del mondo non c'è abbastanza acqua per una vita dignitosa e in alcune non c'è neppure acqua sufficiente a sopravvivere[7].
L'invenzione che ha cambiato completamente, almeno per alcuni Paesi, il panorama della carenza di acqua potabile è un processo che prende il nome di osmosi inversa (RO, reverse osmosis). Il procedimento è concettualmente molto semplice: l'acqua marina viene pompata ad altissima pressione (da 55 a 80 atmosfere) contro speciali membrane che separano la fase salina (salamoia). Rispetto al classico metodo di estrazione di acqua dolce per evaporazione[8] l'osmosi inversa è straordinariamente economica, perché non comporta riscaldamento: ottenere un metro cubo di acqua dolce per evaporazione comporta un dispendio di 15-20 kWh, tramite osmosi il costo su riduce a circa 5 kWh. Un notevole risparmio, ma la spesa resta elevatissima a causa della quantità di abitanti che si concentra in luoghi privi di acqua naturale. Ad esempio, per dare a ogni cittadino di Riyadh (quasi 8 milioni di abitanti) i 500 litri di acqua che consuma al giorno occorre spendere circa 20 GWh, una quantità di energia giornaliera assimilabile a quella annuale di una piccola provincia italiana.
Le recenti guerre che hanno coinvolto il Medio Oriente hanno portato drammaticamente alla luce che gli impianti di desalinizzazione costituiscono obiettivi strategici di elevatissima criticità. Secondo gli esperti di geopolitica, sono stati proprio i primi mesi del 2026 a dimostrare la fragilità di tali impianti per l'importanza che assumono in caso di eventi bellici. In effetti, soprattutto sulle coste della penisola araba, che accoglie molteplici insediamenti umani di enormi dimensioni, gli impianti sono molto grandi, perfettamente visibili e necessariamente localizzati vicino al mare, quindi esposti non solo ad attacchi aerei ma anche navali. La loro dimensione, la forte dipendenza dall'elettricità e la difficoltà di riparazione se danneggiati li rendono obiettivi di importanza superiore a quello dei tradizionali bersagli bellici, perché colpirli significa privare improvvisamente dell'acqua milioni di persone, il che configura un crimine contro l'umanità forse più grave di qualunque altro.
Per questa ragione in caso di conflitto gli impianti di desalinizzazione entrano nel novero delle cosiddette "linee rosse non superabili" e la minaccia cui sono assoggettati è un elemento cardine della strategia di deterrenza. Questo può essere motivo di un certo conforto: anche se molte avvisaglie sono state date da più parti, finora gli attacchi sono quasi inesistenti, salvo la distruzione degli impianti del Kuwait operata dagli USA durante la Guerra del Golfo (1990-91), il recente bombardamento della piccola struttura di desalinizzazione dell'isola di Qeshm all'interno dello stretto di Hormuz, sempre di matrice USA e - secondo alcune fonti - la distruzione operata da Israele, nell'ottobre e novembre 2023, degli impianti che alimentavano Gaza (distruzione che ridusse la disponibilità di acqua degli abitanti della Striscia a meno di 5 litri di acqua al giorno per persona - stime ONU e ONG). Un caso sotto gli occhi di tutti: l'Iran, che pure ha severamente colpito la costa ovest del Golfo Persico, distruggendo installazioni petrolifere e basi militari USA, ha accuratamente risparmiato i molti impianti di desalinizzazione che vi sono presenti (cfr mappa presente nel calendario).
Bene, che altro dire? per risolvere un problema ci siamo inventati una nuova minaccia.
nell'immagine: l'impianto di desalinizzazione della città di Rizhao, in Cina, produce anche l'idrogeno con cui vengono alimentati i mezzi di trasporto urbano
[1] fino al XVI secolo, nonostante i tentativi di molte entità statali di regolamentare l'accesso, il mare è stato considerato un bene comune, aperto a tutti, secondo la massima del diritto romano (mare omnium commune). Nel 1600 si apre la disputa filosofico - politica tra il Mare Liberum (Ugo Grozio, Olanda, 1609) e Mare Clausum (John Selden, UK, 1635), che sfocerà nella Convenzione ONU sul Diritto del Mare (UNCLOS) del 1982
[2] alcuni punti nevralgici sono varchi di accesso a mari chiusi, come Hormuz (accesso al Golfo Persico), Gibilterra (unico ingresso nel Mediterraneo prima dello scavo del canale di Suez), il Bosforo, i Dardanelli, gli stretti intorno alla Danimarca. Altri snodi critici sono interoceanici, e il loro accesso consente di accorciare di migliaia di miglia le rotte: lo stretto della Malacca e lo stretto di Sunda connettono il Pacifico all'Oceano Indiano; lo stretto di Magellano e il Passaggio di Drake connettono l'Atlantico col Pacifico; il canale di Suez (stretto artificiale) e il successivo stretto di Bab el-Mandeb (a sud del canale) connettono il Mar Mediterraneo con l'Oceano Indiano; un altro stretto artificiale, il canale di Panama consente il passaggio tra Pacifico e Atlantico; lo stretto di Bering mette in comunicazione il Pacifico con l'Oceano Artico
[3] i primi sistemi industriali di raccolta del sale risalgono agli Egiziani (2500 a.C.). Per gli antichi Greci e Romani il sale rivestiva un valore strategico, perché fondamentale per la conservazione di carne e pesce. Altre risorse minerarie disciolte nell'acqua marina (sodio, cloro, litio,…) sono tuttora assai poco sfruttate per le difficoltà tecniche di estrazione
[4] gli animali terrestri, uomo incluso, non possono bere acqua salata: i reni, per funzionare, abbisognano di acqua e per smaltire il sale il corpo richiama l'acqua dalle cellule, con conseguente disidratazione e aumento della concentrazione di sodio nel sangue, con esito mortale. Le eccezioni sono poche: alcuni pesci (come le anguille, i salmoni e gli storioni) transitano abitualmente tra le acque dolci e quelle marine, una migrazione obbligata dai loro meccanismi di riproduzione; altri pesci come cefali, muggini, alcuni squali e quelli che vivono in lagune costiere sono tolleranti alla variazione di salinità (pesci cosiddetti eurialini il cui organismo possiede strumenti di adattamento alla diversa concentrazione di sale.) Gli uccelli che compiono lunghe migrazioni sopra gli oceani possono bere acqua marina solo in caso di estrema necessità, eliminando il sale attraverso opportune ghiandole poste nel becco e sopra gli occhi. Anche nel regno vegetale non si incontrano molte specie eurialine: la più nota è la mangrovia, che forma foreste costiere ed elimina il sale in eccesso attraverso ghiandole poste sulle foglie
[5] si stima che da milioni di anni il volume totale di acqua sul Pianeta si aggiri in circa 1.386 miliardi di chilometri cubici. Questo volume è mantenuto stabile dal ciclo evaporazione -> formazione delle nubi -> precipitazione, perché il contributo (in ingresso) dell'acqua meteorica e la perdita del vapore atmosferica nello spazio sono tendenzialmente insignificanti. Questo ciclo rende i mari sempre più salati, perché l'evaporazione non agisce sui sali, quindi la pioggia è sempre costituita da acqua dolce, mentre nel mare i sali si concentrano progressivamente; è quindi probabile che in un lontano periodo del passato la salinità marina fosse assai inferiore a quella attuale (mediamente 35 grammi di sali - cloruro di sodio, di magnesio, di calcio, solfati di altri elementi e tracce varie - per ogni litro d'acqua)
[6] e un valore medio nazionale. All'interno dell'Italia il dato varia moltissimo, passando d a nord a sud, dai grandi centri alle aree rurali, etc. Purtroppo le condotte idrauliche italiane sono un colabrodo: se si pensa che il 42% dell'acqua immessa nelle condotte dirette dagli acquedotti verso le utenze domestiche viene perduta, il dato reale risulta alquanto ridimensionato
[7] il limite inferiore della necessità di acqua può essere calcolato in funzione della perdita di acqua del corpo umano (urina, sudore,…): in condizione di completa inattività e clima mite tale perdita non supera i 2,5 litri al giorno, in presenza di attività faticosa e clima caldo può superare i 6 litri al giorno. Se questa perdita non viene compensata (attraverso il bere e l'acqua contenuta nel cibo) molti processi biologici umani si interrompono e si muore
[8] esperienze di evaporazione dell'acqua marina sono conosciute da millenni (è Aristotele il primo ad accorgersi che il vapore prodotto dalla bollitura dell'acqua marina non è salato) e sono noti perfino grezzi impianti installati sulle navi romane e greche, che potevano viaggiare per lungo tempo senza necessità di rifornirsi di acqua dolce. Gli scienziati islamici perfezionarono gli alambicchi e i sistemi di distillazione, la marina britannica adottò sistemi di distillazione a vapore, ma le quantità di acqua potabile prodotte in questo modo rimasero sempre limitate
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