IMPORTANTE:
se volete essere avvertiti ogni volta che viene pubblicata una nuova notizia su questo sito
inviate cortesemente una e-Mail a info@cometa.vb.it

VISUALIZZA ALLEGATO

venerdì 31 luglio 2026

Il calendario di agosto 2026

L'oscuro profilo psicologico del cacciatore

Mentre la discussione sulla modifica della legge sulla caccia (legge 11 febbraio 1992, n. 157) si avvia alla Camera, tra spaccature della maggioranza, migliaia di emendamenti della minoranza e manifestazioni delle Associazioni, anche Cometa vuole dire qualcosa su questo tema e lo farà, nelle prossime righe, con la lucidità e l'approccio scientifico che abbiamo sempre posto alla base delle nostre considerazioni.

 

Nel calendario precedente abbiamo illustrato come fonti pubbliche certificate dimostrino in modo incontrovertibile che in Italia i cacciatori sono il secondo gruppo organizzato per la quantità di uccisioni di essere umani (secondo solo alla criminalità organizzata, che - a differenza dei cacciatori - è illegale).  In questo calendario intendiamo completare il risultato precedente richiamando alcuni articoli scientifici, apparsi su importanti riviste di psicologia e criminologia, che ipotizzano una continuità psicosociale tra la crudeltà verso gli animali e la violenza verso gli esseri umani, una correlazione talmente evidente che psicologi, criminologi e veterinari usano per indicarla una parola di uso quotidiano: The Link (ovvero Il legame per antonomasia). 

 

 

Il legame tra crudeltà verso gli animali e violenza verso gli esseri umani.

L'idea che la crudeltà verso gli animali generi crudeltà verso l'essere umano risale a filosofi come John Locke, Kant, Schopenhauer, ma la fondazione di The Link come campo di studi interdisciplinari risale agli anni '90 e deriva dal lavoro congiunto di Frank R. Ascione, Randall Lockwood e Phil Arkow (i primi due sono accademici di psicologia, il terzo un professionista della politica di protezione ambientale). A partire dal 2010 il programma dell'organizzazione è cresciuto rapidamente con l'obiettivo di approfondire i rapporti tra crudeltà verso gli animali, violenza domestica, abuso infantile, maltrattamento degli anziani, uccisioni e stupri seriali e - da ultimo - anche forme socialmente accettate di violenza verso gli animali come la caccia[1][1]. 

Nell'articolo Co-occurrence of Human Violence, Criminal Behaviour and Animal Abuse: Implications for Hunting Behaviour[2][2], la psicologa E. Gullone illustra un meccanismo causale sulla diffusione della violenza: (1) se una persona trae piacere dall'uccidere animali esclusivamente per svago, è ragionevole ipotizzare che il suo livello di empatia e compassione sia minore della media della popolazione; (2) i bambini che si rendono conto che un adulto prova soddisfazione nell'uccidere un animale possono interiorizzare l'idea che infliggere sofferenza a un essere senziente sia moralmente accettabile; (3) la violenza legale (caccia) favorisce e legittima atteggiamenti che, in altri contesti, possono manifestarsi come violenza illegale[3][3].

Una tesi più radicale appare in un saggio di Andrzej Elżanowski, dal titolo Motywacja i moralność łowiecka (Motivazione e moralità della caccia), esposto in Zoofilologia. Rivista polacca di studi sugli animali (2018). In tale articolo l'autore giunge alla conclusione che la struttura psicologica di alcuni cacciatori è assimilabile a quella dello stupratore.

 

La febbre del cervo: una sindrome comune a cacciatori, assassini e violentatori.

Un'obiezione che i cacciatori potrebbero portare a quanto finora illustrato è che si tratta di congetture estreme, basate su analisi statistiche ma confinate nella psicologia e nella sociologia, discipline che solo raramente ammettono conferme sperimentali, mentre per rinforzare idee così gravi dovremmo ricorrere a dati oggettivi (fisiologici e neurologici).

Tuttavia, benché esista una quantità impressionante di letteratura scientifica sulla neurologia della predazione tra gli animali, gli studi sulla fisiologia del cacciatore umano si riducono a una sola opera fondamentale: Stedman & Heberlein (1997) Hunting and the Heart: Physiological Response to Seeing, Shooting, and Bagging Game (Risposta cardiaca del cacciatore durante l'inseguimento della preda, lo sparo e il recupero dell'animale ucciso) mentre sono del tutto assenti analisi di carattere neurologico (cioè che rispondono alla domanda: quali aree del cervello sono coinvolte durante la caccia?).  

Lo studio di Stedman & Heberlein esamina la cosidetta buck fever ("febbre del cervo"), ovvero la sindrome che affligge il cacciatore durante le varie fasi della caccia. Si tratta di un vero e proprio stato di alterazione, diagnosticato strumentalmente, che comprende (tra l'altro) tachicardia, aumento della pressione arteriosa, tremore delle mani, rigidità muscolare, sensazione di mancanza di fiato, alterazione della percezione del tempo e della visione: sono tutte conseguenze dell'attivazione del sistema nervoso simpatico con rilascio di adrenalina e noradrenalina.

Bene: sono esattamente gli stessi sintomi che si osservano tra i militari durante un conflitto a fuoco. Ma… sono anche molti dei sintomi descritti dagli assassini e violentatori seriali al culmine della loro attività[4][4]. D'altra parte sono ben noti alcuni casi di killer seriali che praticavano la caccia, come Robert Hansen (17 omicidi, condannato nel 1984 a 461 anni di detenzione), Joseph Paul Franklin (22 omicidi, giustiziato nel 2013), Ivan Milat (7 omicidi, condannato nel 1996 a 7 ergastoli) e altri. E sono ancora più frequenti casi di criminali che hanno mostrato crudeltà precoce verso gli animali e uso del linguaggio venatorio ("caccia", "preda"…) con riferimento alle loro vittime umane. Questi casi, uniti alle considerazioni teoriche della letteratura scientifica citata, conduce alla cosiddetta graduation hypothesis, cioè all'idea che esista una progressione che porta dalla crudeltà verso gli animali alla violenza sulle persone.

 

ll trofeo umano: la progressione della violenza e il Sarajevo Safari.

Un'altra teoria che conferma gli indubbi legami tra crudeltà verso gli animali, caccia e violenza sulle persone è nota come human trophy e coglie perfettamente l'analogia tra il comportamento dei criminali seriali, che spesso si impadroniscono di oggetti appartenuti alla vittima (in casi estremi di parti del loro corpo) così come il cacciatore si impadronisce della spoglia dell'animale ucciso. I criminologi hanno evidenziato che in entrambi i casi sono all'opera meccanismi quali la percezione del dominio sulla vittima, la volontà di stabilizzare la memoria dell'evento e soprattutto il piacere di rivivere l'esperienza[5][5].

La graduation hypothesis, cioè la progressione che porta dalla violenza sugli animali a quella sull'uomo, ha trovato una drammatica conferma nella vicenda del cosiddetto Sarajevo Safari, rivelata dal documentario omonimo del regista Miran Zupanič nel 2022 e attualmente oggetto di indagine della Procura di Milano[6][6]. I fatti sono abbastanza noti: durante l'assedio di Sarajevo (1992-1996) un'organizzazione vendeva veri e propri "pacchetti di viaggio" a persone facoltose che desideravano uccidere un essere umano senza subirne le conseguenze legali. Secondo testimonianze e varie inchieste giornalistiche, il pacchetto comprendeva l'accompagnamento alla postazione di tiro e l'utilizzo di fucili di precisione, prevedendo perfino un prezzo maggiorato nel caso in cui la vittima fosse un bambino. Non si sa se tutti i partecipanti fossero cacciatori, ma in una puntata di PresaDiretta (Rai, marzo 2026) un testimone serbo ha dichiarato che "c'erano degli italiani, non soldati, non mercenari, cacciatori che pagavano per sparare ai civili"; in altre testimonianze si parla esplicitamente di hunting enthusiasts (appassionati di caccia).

 

 

Bene, pur volendoci mantenere distanti dalla tesi di Elżanowski sull'assimilazione psicologica del cacciatore allo stupratore, ci sembra che il materiale scientifico fornito, col corredo di episodi di cronaca, delinei un'area opaca intorno alla psiche del cacciatore. Generalizzare non è mai cosa buona né utile, ma ci si consenta di dire che ci sentiamo più sicuri se il nostro vicino di casa impiega il suo tempo libero nel modellismo, giocando a tennis, perfino dilettandosi di boxe piuttosto che andando a caccia.


[1][1] nel volume The Link Between Animal Abuse and Human Violence (2009), uno dei testi di riferimento del settore, è presente un intero capitolo dedicato alla caccia, Hunting as a Morally Suspect Activity, di Priscilla N. Cohn e Andrew Linzey. Anche nel Palgrave International Handbook of Animal Abuse Studies (2017), gli editori dichiarano esplicitamente che The Link dovrebbe includere la caccia nei suoi studi aulla relazione tra atti di violenza verso gli animali e verso l'uomo

[2][2] presente nel volume Kangaroos: Myths and Realities, a cura di M. Wilson e D. Croft, Australian Wildlife Protection Council, Melbourne, 2005

[3][3] tesi parzialmente riprese in Gullone, Levita & Robertson (2022) Animal Abuse as an Indicator of Domestic Violence: One Health, One Welfare Approach (in Animals, vol. 12)

[4][4] argomento su cui esiste una notevole quantità di materiale, tanto di origine investigativa e clinica quanto di fonte autobiografica. Per chi volesse accedere a qualche fonte qualificata si consiglia la lettura della documentazione di alcuni tra i più celebri profiler dell FBI, quali Robert K. Ressler, John E. Douglas e Roy Hazelwood, facilmente accessibile in internet

[5][5] cfr. le opere dei profiler citati

[6][6] alla quale si sono aggiunti anche le autorità giudiziarie di Austria e Belgio

<< TORNA ALL'ELENCO NEWS
CODICE IBAN PER IL CONTO DI COMETA:
IT40 G050 3522 4132 1357 0276 406
(ABI 05035 CAB 22413 C/C 21357 0276 406)
Associazione di Volontariato COMETA - C.F. 93027400030
Web Design by PCDR INFORMATICA